DUE ARTICOLI SUL PROGETTO ALICE APPARSI SUL QUOTIDIANO ON LINE REPUBBLICA
Monday, October 11th, 2010
Mondo Solidale, 6 Ottobre 2010
L’INTERVISTA
Uno strano prof dal Veneto a Varanasi
“A insegnare agli indiani la loro cultura”
Valentino Giacomin ha lasciato la scuola italiana e ne ha fondato un’altra in India basata sul principio che ciascuno deve partire dalle sue radici culturali. E oggi, il progetto Alice, è una reltà vera e forte
di RAIMONDO BULTRINI
Professor Giacomin, che cosa faceva, e che cosa stava cercando quando ha avviato il suo Progetto Alice per i bambini poveri di Varanasi?
“La scuola in India è la conclusione di un percorso di ricerca personale, spirituale e pedagogica, iniziata trent’anni fa, quando il mio editore, Gianni de Michelis (ex ministro degli esteri durante i governi Craxi, ndr) chiuse il settimanale “Nordest”, di cui ero direttore. Alternavo il lavoro di giornalista a quello di insegnante, ma per dirigere il giornale mi ero licenziato dalla scuola dove avevo insegnato per dieci anni e da un giorno all’altro mi trovai senza lavoro. Fu un periodo di crisi e ripensamenti che mi portò alla scoperta della psicologia transpersonale, della psicosintesi, di Jung, delle filosofie orientali. Tornai allora a insegnare e trovai gli studenti cambiati. In peggio. Tutti i colleghi si lamentavano per l’indisciplina, la disattenzione, il calo del profitto. Tutti cercavano le cause di questo malessere progressivo. Chi sosteneva che era un problema di didattica, di metodo di insegnamento, chi, come me e pochi altri colleghi, sosteneva, invece, che il metodo non c’entrava affatto, ma era un problema di contenuti”.
Che contenuti?
“Offrire gli strumenti per conoscersi meglio, per affrontare il disagio psicologico, lo stress della vita. Far riflettere gli studenti sui loro pensieri, sulle loro emozioni. Dove sono i sentimenti? Dov’è la rabbia? Di che cosa è fatta? Da dove viene in realta’? Dove vanno i pensieri e cos’è la mente umana? Ero e sono convinto che se troviamo una risposta a questi interrogativi l’impatto positivo di questa scoperta in età scolastica durerà per tutta l’esistenza”.
ll Progetto Alice nacque negli anni Ottanta in Italia, precisamente nella sua Villorba di Treviso, con una sperimentazione didattica delle sue teorie nella scuola elementare. Come è arrivato in India?
Nel 1983 chiesi alla scuola un congedo non pagato per seguire dei corsi di filosofia e psicologia in India. Ebbi subito una sensazione davvero strana di sentirmi a casa. Scrissi un libro sulla sperimentazone educativa: “Il Maestro di Alice” e andai in pensione dalla scuola assieme alla mia partner Luigina de Biasi e mi dedicai a tempo pieno al giornalismo. Finché un giorno, durante un altro viaggio di studio in India, incontrai il Dalai Lama, a Dharamsala. “Education: excellent, excellent, excellent!”, mi disse, aggiungendo che avrei potuto venire in India a insegnare meditazione. Mi licenziai dalla tv dove lavoravo e andai a Sarnath, deciso a fondare lì la prima scuola del Progetto Alice”.
Voleva insegnare qualcosa agli indiani, o cercava a sua volta qualcosa?.
“Come avrà capito non c’era nessun intento missionario nella mia mente, ma solo la volontà di continuare a lavorare in un ambiente amico, nel senso che tutta la base filosofica del Progetto appartiene all’India. Era mia intenzione riportare all’India quello che le apparteneva da secoli: la Saggezza che aveva ispirato la ricerca nella scuola in Italia e che si era conclusa in modo assolutamente positivo, oltre ogni aspettativa. Non solo era radicalmente migliorato il comportamento degli studenti, ma anche il loro profitto scolastico.
E l’India come l’ha accolta?
“All’inizio pensai che non avrei avuto problemi o ostacoli, visto che non stavo proponendo una cultura aliena, ma restituendo, diciamo così, principi dei Veda, del Vedanta. Credevo di trovare, come dire?, un terreno già pronto, fertile. Invece, trovai un pericoloso inquinamento culturale lasciato dalla pesante dominazione inglese. In nome del secolarismo, le scuole hanno bandito Shiva, Krishna, Ram, dai loro curriculum. … Allora capii perché il Dalai Lama mi consigliò di venire, e l’idea è sempre quella di confermare gli studenti nella loro identità, siano essi buddisti, induisti, cristiani, musulmani. Un popolo senza radici è destinato al caos”.
Ha incontrato molte difficoltà?
“La vera difficoltà fu di tipo culturale. Da millenni in India il fuoco, i fiumi, le montagne sono sacri perché divinità. Eppure la gente rideva delle mie insistenze sul rispetto dei principi vedici. “E’ il wideshi. L’occidentale!” Come dire: poverino!” Questo è stato l’ostacolo piì grosso, perché imprevisto, a parte poi la mancanza di fondi, l’ignoranza della complicatissima burocrazia Indiana, la impenetrabile psicologia della gente dei villaggi, la iniziale opposizione delle autorità che culminò nel 1996 nella demolizione di una nostra scuola appena ultimata. Ma l’India ha risorse che noi occidentali non possiamo immaginare. Qui riescono a fare miracoli. Nel nostro caso, dopo la demolizione, un ex ministro, a noi sconosciuto, ci è venuto in aiuto, mettendo il peso del proprio partito a disposizione della scuola, salvando il Progetto Alice quando avevo già il biglietto aereo per tornare in Italia. Ora la nostra scuola viene presa come modello per una educazione alternativa capace di aiutare le nuove generazioni non solo dell’India ad affrontare l’incognita del global warming, della crisi economica internazionale, della disoccupazione, dell’inquinamento, dei conflitti sociali e del terrorismo”.
Che riscontri ha avuto dai bambini, dalle famiglie e dai donatori?.
“A parte il successo scolastico dei nostri studenti ed ex studenti, c’è stato l’invito da parte del Governo del Bhutan come consulent delle autorità locali per un nuovo programma educativo. I nostri donatori sono soprattutto italiani: amici e amiche di Luigina, la cofondatrice delle scuole; bambini delle scuole, insegnanti, privati, cooperative di operai, tante persone anonime dal grande cuore.
Ci sono Ngo di supporto ad Alice?.
“In Italia ci sono due NGO, una a Treviso e una in Friuli, che ci aiutano nel fund raising e svolgono attività educative e formative usando libri, metodologie e principi del Progetto Alice. Recentemente, grazie alla scrittrice Gloria Germani, abbiamo realizzato una sinergia con la Fondazione Terzani (www. tizianoterzani. com) che ha, come dire?, adottato le scuole indiane”.
PROGETTO ALICE
Varanasi, storia dei “Bambini della pira”
Dai cadaveri a una scuola molto indiana
Sono i piccoli “paria” che vivono sulle sponde del Gange coinvolti nel business dei funerali. Un insegnante italiano li ha accolti in una struttura scolastica particolare. Dove non si insegna una cultura dominante, ma ognuno approfondisce la sua
di RAIMONDO BULTRINI
Il documentario “I bambini della pira” è diventato da un paio d’anni il loro biglietto da visita, semmai ne avranno mai uno le centinaia di ragazzini cresciuti tra cadaveri e marjuana sulle sponde del sacro Gange.
Yogi, Bacha Babu, Manish e Ashish sono quattro dei sette protagonisti, seguiti per mesi da una troupe del regista Rajesh Jala (per una copia del Dvd contattare The Magic Lantern Foundation 1) lungo i ghat di Manikarnika a Varanasi, la sacra Benares, dove si bruciano i cadaveri degli hindu per spargere le loro ceneri nel Fiume Madre. Da quando avevano ancora meno di cinque anni, questi figli del fuoco hanno passato le loro giornate e spesso le notti attorno alle cataste di legna in fiamme nella speranza di portarsi via - di fatto rubare - i sudari dei cadaveri da rivendersi ai familiari di qualche altro defunto. E non solo stoffe di seta, talvolta prendono oggetti, o - come le chiagnolente del nostro Sud - vanno a piangere per il lutto in cambio di una mancia.
E’ una vita dura e di certo non comune per quest’infanzia che appartiene in gran parte a una precisa etnia di Intoccabili indiani, i Dom, tradizionalmente impiegati per stare a contatto con i cadaveri, un “karma” che rende impuro un hindu di alta casta. Il fuoco al quale sono sempre esposti - come operai di una fornace perennemente accesa che brucia 150 cadaveri al giorno - non è la sola punizione che devono sopportare fin da piccolissimi. Questi “scugnizzi” sono generalmente diventati resistenti a tutto, batteri e microbi della decomposizione e del fiume, compresi i pregiudizi della gente o le maledizioni dei preti bramini, che li picchiano per farli allontanare dal luogo della cremazione. Quando il morto non ha nemmeno un prete per mandarlo all’altro mondo con una preghiera, sono i bambini della Pira a provvedere a modo loro, scimmiottando gli odiati sacerdoti e i gesti rituali degli stessi parenti.
Cresciuti irrispettosi verso i morti e spesso verso i vivi, disprezzano specialmente quelli avvolti nella bandiera tricolore dell’India, i neta log, i politici. Attribuire la colpa ai bambini - ha detto il regista Rajesh Jala che ha presentato il film in oltre 30 festival vincendo numerosi riconoscimenti - sarebbe come dire che l’India è diventata completamente insensibile alle tragedie della nostra infanzia. Tutti sanno che a Manikarnika regnano tante piccole mafie e ogni clan – più o meno consanguineo agli altri – elegge un suo “raja” ogni pochi giorni, per fare il bello e il cattivo tempo nel Regno dei morti”. Nel film tratto da 120 ore di pellicola girato in ogni angolo dei loro slum, i bambini risultano infatti essere gli anelli più deboli di una catena familiare che li priva spesso di ogni calore umano, figli di alcolizzati, disoccupati, o genitori senza alcuna istruzione.
Per questo il documentario di Jala ha avuto una grande eco e, dopo le proiezioni negli Stati Uniti, una famiglia ricca ha deciso di pagare per i piccoli protagonisti il prezzo di un vero e proprio “riscatto”, un salario mensile di 1500 rupie - meno di 30 euro – ai genitori per mandare i loro figli in una scuola. E’ l’idea del progetto Bhaghirathi che il regista ha sottoscritto e potrebbe dare un giorno accesso all’educazione di tutti i 300 “bambini della pira”.
Per ora quattro dei sette “attori” (vedi foto in allegato) sono stati accolti in una struttura abbastanza speciale sorta a Sarnath, il luogo vicino Varanasi celebre per i sermoni trasmessi dal Buddha duemila anni fa. E’ un istituto ispirato all’Alice project, Progetto Alice, che prevede materie di insegnamento non convenzionali a fianco di quelle regolamentari del governo come matematica, scienza, lingue hindi, sanscrito e inglese, storia, biologia, chimica e geografia. I 900 bambini provenienti per lo più da famiglie disagiate attorno a Varanasi, imparano anche yoga, meditazione, medicina ayurvedica e massaggio, nonché danza, arte drammatica, mitologia, ecologia, agricoltura, lavoro sociale e filosofia.
La nascita di questo progetto, a tutta apparenza tipicamente “indiano”, è in verità frutto dell’idea e dell’esperienza transculturale di un italiano, ex insegnante e giornalista, che un giorno ha lasciato indietro il suo Veneto in quel di Villorba e i suoi precedenti lavori spinto dal desiderio di utilizzare le sue idee didattiche per educare i bambini di un’altra cultura senza imporre la propria. Un percorso diametralmente opposto a quello di tante missioni a sfondo religioso e di conversione, che pure aiutano a modo loro le popolazioni bisognose, ma rischiano di allontanare i bambini dalla loro precedente cultura.
Valentino Giacomin, aiutato da un’altra ex insegnante, Luigina De Biasi, ha iniziato la sua nuova vita comprando un pezzo di terra a Sarnath per aprire la scuola di “Educazione universale” che aveva in mente dall’Italia. Il motto dell’istituto dice pressappocco: “Se sei indù, sii un meraviglioso indù, se sei cristiano, sii un grande cristiano. Se sei musulmano, sii un bravo musulmano. Se sei buddista, sii un buddista illuminato… Quando diventeremo illuminati, non ci sarà più differenza”.
Ambizioni spirituali a parte, Valentino Giacomin ha dovuto affrontare numerosi problemi dopo aver accolto nella prima struttura qualche decina dei suoi studenti iniziali provenienti dai villaggi senza scuole del distretto. A un certo punto stava per fare addirittura ritorno a casa con la delusione del fallimento, quando è giunto l’inatteso aiuto di un “misterioso ministro benefattore”. Secondo Giacomin (vedi intervista) qualcuno aveva finalmente capito lo spirito del progetto, che non era quello di imporre qualcosa, ma di far apprendere ai ragazzi iscritti le basi della cultura millenaria del proprio Paese, spesso negletta ormai nelle scuole tradizionali ufficiali.
Le riviste indiane che gli hanno dedicato diversi servizi, lo descrivono come un vero gandhiano, capace di far vedere attraverso il suo esempio che Ahimsa, un mondo più unito e pacifico, è possibile. Al centro della scuola, ci sono le immagini della dèa indiana della compassione Laxmi, di Buddha e Gesù Cristo, profeti della non violenza oltreché di una risvegliata saggezza.
Ma non sono tanti i simboli religiosi a dominare il grande complesso, dove ai libri si alternano le sedute di yoga e meditazione, le spiegazioni dei principi di autoguarigione ayurvedici, che solo per ignoranza sono associati a una particolare fede. Le tecniche di meditazione che rilassano la mente attraverso il respiro - secondo Giacomin e molti altri che si ispirano a questo modello o ne sono stati precursori - hanno un’efficacia immediata sulle capacità degli studenti di assorbire le lezioni di tutte le altre materie, e alla fine dei loro studi superano tutti l’esame di Stato.
Ma la particolarità di questa scuola è anche legata al fatto che senza il Progetto Alice molti dei 900 bambini iscritti sarebbero a casa o a lavorare, come gli scugnizzi dei ghat di Varanasi. Non è un caso se questi ragazzini resi cinici e duri non avevano potuto trovare altre scuole che volessero accoglierli. L’esempio di Yogi, Bacha Babu, Manish e Ashish sarà sicuramente importante per rompere il muro di diffidenza tra i Bambini della Pira e la società, compreso il cinismo che trasforma nelle loro menti un povero corpo inanime in una fonte di piccolo guadagno. Il progetto Bhaghirati legato al film sui bambini dei ghat è collegato al progetto Alice e idealmente conta di scolarizzarli tutti, offrendo alle famiglie quantomeno lo stesso piccolo introito che proveniva dallo sfruttamento dei loro stessi figli, spediti a rubare ed elemosinare in un luogo torrido inquinato dal fumo 24 ore su 24.
Adottare a distanza un bambino della Pira, o uno dei 900 studenti della scuola di Sarnath costa poco, ma ha un impatto immediato nella vita dei beneficiati e delle loro famiglie. Senza contare l’aiuto per un progetto che dura da 15 anni con crescente successo e riconoscimenti autorevoli. “Alice Project Universal Education School - ha detto anni fa il Dalai Lama – è un simbolo di compassione e saggezza”.



